Assistere un figlio malato di cancro lontano dalla propria città può comportare, per una famiglia, spese fino a 34.972 euro in un anno. Tra le voci di costo figurano alloggio, vitto, trasporti locali, viaggi, supporto psicologico, riabilitazione neuro-psico-motoria e pratiche amministrative. A questo impegno economico si aggiungono tutele insufficienti per i genitori lavoratori, che spesso faticano a conciliare l’attività professionale con la necessità di accompagnare il proprio figlio nel percorso di cura.
A richiamare l’attenzione sul problema è Peter Pan, associazione che sostiene le famiglie di bambini e adolescenti con tumore, in occasione del Settembre d’Oro, il mese internazionale dedicato alla sensibilizzazione sul cancro pediatrico.
In Italia, ogni anno, ricevono una diagnosi di tumore circa 1.400 bambini tra 0 e 14 anni e altri 600-800 ragazzi tra i 14 e i 20 anni. Grazie alla ricerca e ai progressi terapeutici, le prospettive di guarigione sono migliorate: la sopravvivenza a cinque anni dalla diagnosi raggiunge l’84%.
Per le famiglie, tuttavia, i percorsi terapeutici comportano un impegno significativo, sia economico sia in termini di tempo. Quando le cure si svolgono in ospedali lontani dalla propria città, almeno un genitore si trova spesso costretto a ridurre l’attività lavorativa o a rinunciarvi.
«Strumenti e tutele per evitare che ciò accada, in realtà, esistono, ma sono pensati per percorsi di cura più brevi rispetto a quelli oncologici pediatrici. E valgono solo per i lavoratori dipendenti», spiega l’associazione Peter Pan.
Il principale strumento di tutela, il congedo straordinario, prevede un limite complessivo di due anni nell’arco della vita lavorativa e non si rinnova. Secondo l’associazione, questo vincolo non risponde pienamente alle esigenze delle famiglie, che possono avere bisogno di ulteriori periodi di assistenza in caso di recidive, complicanze tardive o effetti a lungo termine delle terapie.
«Non si può scegliere tra lavoro e cura», conclude l’associazione.




















