I farmaci per dimagrire portano 550 milioni di risparmio al Ssn
obesità

Da anni il dibattito sui farmaci contro l’obesità si concentra soprattutto sul loro costo. Oggi, però, ci si comincia a chiedere quanto costi non trattare una condizione che riguarda quasi sei milioni di italiani.

La questione riguarda soprattutto le comorbidità cardiovascolari, le ospedalizzazioni ripetute e l’impatto economico crescente sul Servizio sanitario nazionale.

Ricoveri e riospedalizzazioni

A fotografare il peso economico delle complicanze cardiovascolari associate all’obesità è uno studio del Centro per gli studi internazionali e di economia (Ceis) dell’Università degli Studi di Roma Tor Vergata, presentato al Congresso europeo sull’obesità (Eco).

Sono state prese in considerazione le ospedalizzazioni di oltre 912 mila pazienti in tre anni, valutando l’impatto epidemiologico ed economico dei principali eventi: infarto, ictus e morte cardiovascolare. Eventi che ogni anno hanno un costo di due miliardi di euro per prendersi cura di circa 330 mila pazienti.

I dati mostrano che i pazienti con obesità vengono riospedalizzati più frequentemente rispetto alle persone in sovrappeso. Secondo le stime del Ceis, l’utilizzo di terapie efficaci nella riduzione del rischio cardiovascolare potrebbe generare risparmi fino a 550 milioni di euro in due anni, soprattutto grazie alla diminuzione dei ricoveri.

Da costo a investimento

Il tema è già entrato nel dibattito internazionale, con la decisione del Regno Unito di rimborsare semaglutide (2,4 milligrammi) nei pazienti con precedenti eventi cardiovascolari.

Anche in Italia le società scientifiche chiedono si prendano provvedimenti in merito. “Integrare opzioni terapeutiche efficaci nella riduzione del rischio cardiovascolare con interventi sullo stile di vita potrebbe rappresentare una strategia costo-efficace per ridurre le ospedalizzazioni e migliorare gli esiti clinici”, spiega Paolo Sciattella, ricercatore del Ceis.

“La nostra analisi si è concentrata sugli eventi potenzialmente evitabili e sul relativo impatto economico in termini di assistenza ospedaliera. Gli eventi avversi cardiovascolari maggiori sono associati a mortalità e disabilità, con conseguenze che vanno oltre i costi diretti sanitari: incidono sui costi indiretti legati alla perdita di produttività, sulle prestazioni assistenziali e previdenziali dell’Inps e sulle spese sostenute direttamente da pazienti e famiglie”.

I nuovi dati di Eco 2026

Nuove evidenze dall’Eco confermano il potenziale della semaglutide nel trattamento dell’obesità: sia nella formulazione iniettabile ad alte dosi sia in quella orale.

Nel trial Step Up la semaglutide (7,2 milligrammi) ha determinato una riduzione media del peso del 20,7 per cento (con punte del 27,7 per cento negli “early responders”) per l’84 per cento derivante da massa grassa, con preservazione della funzione muscolare.

Altri studi (Oasis 4) hanno dimostrato l’efficacia della semaglutide orale nella perdita di peso (media del 16,6 per cento, con punte del 21,6 negli “early responders”), con un profilo di sicurezza e tollerabilità coerente con la classe dei Glp-1, e una superiorità di semaglutide orale rispetto all’orforglirpon sia in termini di efficacia sia di minore probabilità di interruzione del trattamento a causa degli effetti collaterali.

Recentemente è arrivato il via libera alla commercializzazione da parte del Comitato per i farmaci a uso umano dell’Agenzia europea dei medicinali: l’alternativa alle iniezioni sottocutanee è alle porte.