La sanità territoriale romana affronta una situazione definita “critica” dalla Federazione italiana medici di medicina generale (Fimmg): nella Capitale quasi 800mila persone risultano senza medico di famiglia.
Un’emergenza che riguarda centinaia di migliaia di cittadini
Negli ultimi 3 bandi delle zone carenti per i medici di famiglia, spiega il neo convenzionato Felice de Ruggieri, “Roma non ha figurato, ovvero: secondo le varie Asl che anno per anno devono riportare le necessità alla Regione, nella Capitale risultavano inizialmente 0 carenze, poi diventate 5, poi pochissime manciate. Stranamente, però, dopo che è stato deciso il ruolo unico dei medici di famiglia (dal 2025, che prevede oltre all’assistenza ai propri pazienti anche una disponibilità oraria di guardia/Case di comunità) ad agosto 2025 sono state pubblicte le carenze e, sorpresa, erano oltre 360 su 3 Asl, 211 solo nella Roma2. Parlo solo di Roma città e delle carenze che rispecchiavano la necessità al 31 dicembre 2024”.
I ritardi nelle assegnazioni
de Ruggieri si sofferma poi sui ritardi che riguardano le assegnazioni: “Questi oltre 300 posti hanno iniziato ad assegnarli solo a gennaio 2026, 2 anni dopo la rilevazione. Ma l’apertura dello studio non è una cosa immediata, le tempistiche burocratiche sono infinite. E oggi, finito il primo trimestre 2026, possiamo stimare che il numero di cittadini senza medico sia cresciuto attestandosi a 750/800mila persone perché le ‘vecchie’ carenze ancora non sono state coperte e, nel frattempo, ci sono stati altri pensionamenti in questi 2 anni. La dottoressa che va in pensione al quartiere Monti non potrà essere sostituita finché non fanno un bando per la sede vacante. Allo stesso modo per gli altri colleghi che sono andati o vanno in pensione”.
La mancanza di candidati
Dopo il bando è necessaria la disponibilità dei giovani medici a coprire la sede. Disponibilità che oggi scarseggia poiché la professione è diventata poco attrattiva. “Oggi – continua de Ruggieri – oltre allo studio è previsto un obbligo fino a 38 ore nelle Case di comunità dove però, al momento, non c’è nessuna chiarezza sull’attività da svolgere né su come muoversi”.
Infine, de Ruggieri sottolinea che “i giovani medici fanno fatica ad accettare questo incarico: non si capisce che ruolo abbiamo, non si capisce che cosa ci chiedono di fare, non si capisce quanto ci pagheranno, non si capisce come conciliare le ore con quelle di studio vista la mancanza delle Aft, organizzazione di base del ruolo unico. La Casa della comunità non è normata in questo momento, eppure si pretende che si mettano a disposizione 38 ore contestualmente all’apertura dello studio”.




















