Farmaceutica italiana, export in corsa negli Usa ma aumenta la dipendenza dalla Cina

La farmaceutica italiana accelera sui mercati esteri e nel 2025 si conferma tra i motori più forti dell’industria nazionale, spinta soprattutto dagli Stati Uniti. Ma il nuovo Rapporto sulla competitività dei settori produttivi dell’Istat segnala anche il rovescio della medaglia: cresce la dipendenza dalle importazioni cinesi, in un quadro segnato da tensioni geopolitiche, catene globali del valore sempre più fragili e forte peso delle multinazionali nel commercio del comparto.

La spinta dell’export verso gli Stati Uniti

Nel 2025 le esportazioni della farmaceutica italiana sono aumentate del 28,5%, a fronte di una crescita molto più contenuta dell’intera manifattura. È un balzo che ha reso il comparto uno dei principali contributori alla performance industriale del Paese, confermandone il ruolo sempre più centrale negli equilibri del made in Italy ad alta tecnologia.

A trainare il risultato è stato soprattutto il mercato americano. Le vendite farmaceutiche italiane verso gli Stati Uniti sono salite del 54,1% nell’arco dell’anno, fino a rendere il settore il primo per peso nell’export nazionale diretto oltreoceano. Un dato che fotografa la capacità delle imprese di intercettare la domanda di un mercato ad alto valore aggiunto.

Dietro questa crescita, però, non c’è soltanto un aumento lineare della domanda. L’Istat osserva che oltre il 95% di esportazioni e importazioni farmaceutiche è riconducibile a imprese multinazionali, italiane o estere, segno che una parte rilevante dei flussi riflette anche riorganizzazioni produttive e commerciali interne ai grandi gruppi internazionali.

Farmaceutica italiana e dazi

Nel quadro delle nuove tensioni commerciali, la farmaceutica italiana si è distinta da molti altri comparti manifatturieri. Secondo l’Istat, le misure tariffarie introdotte dagli Stati Uniti nel 2025 non avrebbero penalizzato il settore come avvenuto altrove; al contrario, l’effetto stimato sarebbe stato positivo, con un incremento dell’export pari al 4,5%.

A spiegare questa dinamica concorrono più fattori. Da un lato, alcune categorie di prodotti hanno beneficiato di condizioni più favorevoli; dall’altro, la nuova geografia degli scambi ha favorito una riallocazione dei flussi commerciali internazionali, premiando temporaneamente i produttori presenti in Italia e meglio inseriti nelle catene del valore globali.

Il risultato è che il comparto farmaceutico si è trovato in una posizione relativamente vantaggiosa in una fase di forte instabilità commerciale. Ma resta una vulnerabilità strutturale: i prodotti esportati verso gli Stati Uniti sono destinati in larga parte al consumo finale, e quindi più esposti all’andamento della domanda sanitaria americana e alle sue politiche di mercato.

Il nodo delle importazioni dalla Cina

Se il fronte dell’export racconta un’espansione, quello degli approvvigionamenti apre una questione più delicata. Nel 2025 le importazioni italiane di prodotti farmaceutici dalla Cina sono aumentate in modo eccezionale, passando da poco più di 680 milioni a oltre 7,7 miliardi di euro. È uno dei dati più rilevanti emersi dal rapporto Istat.

La quota cinese sulle importazioni farmaceutiche italiane è salita così al 13,4%, mentre si è ridotto il peso di alcuni fornitori europei tradizionali. Anche in questo caso, oltre il 90% dei flussi risulta collegato a gruppi multinazionali, elemento che suggerisce un profondo riassetto delle catene di fornitura più che un semplice incremento degli acquisti.

Per la farmaceutica italiana, questo cambio di rotta riporta al centro il tema della dipendenza estera per componenti strategiche e principi attivi. Una questione che, dopo le recenti crisi internazionali e le interruzioni logistiche degli ultimi anni, assume un valore non solo industriale ma anche sanitario, perché tocca la continuità delle forniture essenziali.

Crescita forte ma sicurezza degli approvvigionamenti da rafforzare

Il quadro delineato dall’Istat è quello di una farmaceutica italiana dinamica, competitiva e capace di trainare l’export nazionale in una fase di incertezza internazionale. La capacità di presidiare il mercato statunitense conferma il peso del settore nell’economia italiana e il suo ruolo strategico nella filiera della salute.

Allo stesso tempo, il rapporto invita a non fermarsi ai numeri della crescita. L’elevata concentrazione dei flussi in capo alle multinazionali e l’aumento della dipendenza da forniture asiatiche espongono il comparto a shock esterni che possono riflettersi anche sulla tenuta delle filiere sanitarie e sulla disponibilità di prodotti cruciali.

Non è soltanto una questione economica. Per un settore legato direttamente alla salute pubblica, la solidità dell’export conta, ma conta altrettanto la sicurezza dell’approvvigionamento. Ed è su questo equilibrio, tra espansione internazionale e resilienza strategica, che si giocherà la prossima fase della farmaceutica italiana.