La legge delega sulla riforma delle professioni sanitarie e della responsabilità professionale (DdL C. 2700) è stata al centro di un’audizione alla Camera dei Deputati, durante la quale Fondazione Gimbe ha espresso forti preoccupazioni sulla capacità del provvedimento di affrontare le criticità strutturali che affliggono il Servizio sanitario nazionale (SSN). Secondo il presidente di Gimbe, Nino Cartabellotta, la proposta legislativa enuncia “principi condivisibili, ma senza alcun impegno finanziario rischia di restare lettera morta e di non riuscire ad arginare la fuga dei professionisti dal Ssn e a rendere davvero attrattive le professioni e le specialità mediche sempre più disertate”.
Secondo Cartabellotta “preoccupa inoltre la revisione della norma sulla responsabilità professionale, che risolve parzialmente le criticità, ma ne introduce di nuove, finendo per equiparare impropriamente linee guida e buone pratiche clinico-assistenziali”.
Dati sulla carenza di personale nel SSN
Durante l’audizione Gimbe ha evidenziato un quadro paradossale: l’Italia dispone di 5,4 medici ogni 1.000 abitanti, collocandosi al secondo posto tra i Paesi OCSE, contro una media di 3,9. “Il paradosso – ha spiegato Cartabellotta – è che oltre 92mila medici non lavorano all’interno del Servizio sanitario pubblico, né come dipendenti del SSN, né come convenzionati, né come medici in formazione specialistica”.
La carenza è tuttavia selettiva: mancano più di 5.500 medici di famiglia e professionisti in settori considerati meno attrattivi, quali emergenza-urgenza, discipline di laboratorio, radioterapia, medicina nucleare, cure palliative e medicina di comunità e delle cure primarie.
La situazione diventa ancora più critica nel settore infermieristico: l’Italia si posiziona 23ª su 31 Paesi europei dell’area OCSE con 6,9 infermieri per 1.000 abitanti, al di sotto della media OCSE di 9,5. “Ma soprattutto – ha detto Cartabellotta – la professione non è più attrattiva e i laureati sono sempre meno: nell’anno accademico 2025-2026 il numero di domande di accesso ai corsi di laurea in infermieristica è stato addirittura inferiore a quello dei posti disponibili”
Criticità sostanziali della riforma
Secondo Gimbe “la sezione della legge delega dedicata alla valorizzazione delle professioni sanitarie si limita ad un’elencazione di princìpi molto generici, offrendo pochissime leve concrete. Il risultato è una norma sovrabbondante nella forma, ma povera nella sostanza: molte misure sono difficilmente attuabili e, soprattutto, non è previsto alcun investimento aggiuntivo”.
Inoltre, alcune disposizioni appaiono ambigue e difficilmente attuabili, come quelle relative alla formazione manageriale e alla ridefinizione del percorso di medicina generale senza chiarezza sul coinvolgimento di una Scuola di Specializzazione. Altre misure richiedono competenze e risorse regionali, in un contesto caratterizzato da profonde disomogeneità organizzative.
Il nodo delle risorse e l’allarme finale
Un elemento centrale sottolineato da Gimbe è la grave diminuzione delle risorse dedicate al personale sanitario: la quota di spesa destinata a dipendenti e convenzionati del SSN è passata dal 39,7% nel 2012 al 36,6% nel 2024, con una perdita stimata di 33,04 miliardi di euro nel periodo considerato. Secondo Cartabellotta, questo “saccheggio di risorse pubbliche ha indebolito e demotivato il capitale umano del SSN, alimentando l’abbandono del servizio pubblico e la disaffezione verso specifiche professioni e specialità”.
La conclusione del presidente di Gimbe è che: “Senza risorse aggiuntive e vincolate al personale sanitario, la legge delega rischia di essere un intervento meramente ordinamentale, incapace di incidere sulla crisi strutturale del personale sanitario, in termini sia di attrattività delle professioni e delle specialità più disertate, sia di capacità di trattenere i professionisti nel servizio pubblico”.




















