Decommissioning nucleare, i parametri italiani lo rendono lento

Una delle ultime sedute della commissione bicamerale sul ciclo dei rifiuti del Parlamento italiano ha visto accendersi una luce che ha illuminato il quadro sui tempi del decommissioning, lo smantellamento delle vecchie centrali nucleari lungo la Penisola.


Durante la seduta è emerso con chiarezza che alla base della lentezza con cui procede il percorso di dismissione in sicurezza degli impianti c’è una delle normative più stringenti al mondo, incomparabilmente più gravosa rispetto alle omologhe di Germania e Francia, solo per fare due esempi. Ne ha scritto diffusamente la rivista scientifica One Health poche ore fa, specificando, a proposito di quanto chiarito nella commissione parlamentare: « Infatti, i “parametri di rilascio” hanno un profondo e irreparabile impatto nei confronti dei processi operativi e dei costi a essi connessi. In commissione bicamerale si è osservato il confronto fra i livelli di rilascio italiani e i livelli raccomandati dalla Commissione Europea e dalla IAEA che analogamente ad altre materie dovrebbero trovare asilo anche in Italia. I nuovi orientamenti dell’Agenzia internazionale per l’energia atomica (IAEA) prossimi all’approvazione che promettono sviluppi ancora più interessanti in materia di smaltimento definiscono parametri che sono fortemente più larghi di quelli italiani. L’Italia ha livelli di rilascio fra 10 e 10.000 volte più restrittivi di quelli indicati dalla Commissione Europea e in alcuni casi 100.000 volte quelli della IAEA. L’impatto sul decommissioning non può che essere devastante: superiore generazione di volumi di rifiuti, minore riciclo e valorizzazione dei materiali, maggiori costi di sistema. Se si vuole ridurre tempi, costi e volume dei rifiuti, occorre partire da qui».


Sarebbero insomma le ‘regole del gioco’ a rendere quasi impraticabile il lavoro della Società di Stato deputata alla gestione degli impianti nucleari, la Sogin. O meglio: non avrebbe senso la polemica, sistematicamente ricorrente sui presunti “ritardi” nel decommissioning perché a volerlo così lento siamo stati noi, imponendo iter gravosissimi e lenti perché sicuri al di là di ogni ragionevole parametro imposto negli altri Stati occidentali. In Italia si è scelto di mettere la salute dell’ambiente e delle persone, non solo al primo posto, ma di farlo attraverso parametri e procedure rafforzate. In breve, se si vuole un decommissioning più rapido occorre rendere le procedure più snelle, se si vogliono mantenere parametri rafforzati, non c’è da lamentarsi di tempistiche dilatate nel tempo.


Sul punto, la rivista ha sentito anche il parere di uno dei massimi esperti mondiali in fatto di nucleare, il professor Massimo Morichi, che ha affermato: «Le regole italiane sul decommissioning sono molto stringenti, forse tra le maggiori al mondo e rendono tutto faticoso, lento, costoso, producendo alto impatto nel realizzarlo. Ma se non ci si concentra sulla semplificazione del decommissioning non si può nemmeno pensare realmente a un ritorno al nucleare in Italia. E sia ben chiaro: il termine semplificazione non indica assolutamente diminuire rigore e sicurezza».